Onigoroshi - Demon City: quando un buon manga dovrebbe restare sulla carta
Un buon potenziale sulla carta, con una messa in scena priva della necessaria profondità

Onigoroshi - Demon City è il film giapponese del 2025 disponibile su Netflix basato sul manga Onigoroshi di Masamichi Kawabe.
La trama di Onigoroshi - Demon City
La storia ruota attorno a Sakata (Tôma Ikuta, Beyond Goodbye), un ex sicario la cui vita viene distrutta da una falsa accusa: viene accusato di averi ucciso la sua stessa famiglia. Dopo un tentativo di suicidio fallito, che lo lascia con una paralisi parziale, Sakata trascorre quindici anni rinchiuso in un ospedale penitenziario.
Una volta fuori, grazie all’aiuto inaspettato di una persona fondamentale, riesce a recuperare le sue capacità fisiche. Ma non è più l’uomo di un tempo: è consumato dal desiderio di vendetta. Con determinazione e furia torna a Shinjo, una città ormai caduta sotto il dominio di individui spietati e mascherati, veri e propri “demoni” moderni assetati di potere, intenzionato a rimettere ogni cosa al suo posto.
Fra John Wick, Il Corvo e Kill Bill: un maldestro mix
Quando una persona è consumata dal desiderio di vendetta, diventa un demone.
Si dice che una volta ogni 50 anni, a Shinjo, compaia in città un demone che s’impossessa di un uomo per servirsene allo scopo di sfogare la propria sete di sangue. Secondo un gruppo di criminali, quel demone è entrato nel corpo di un sicario, Sakata, nemico pressoché imbattibile e per questo scomodo.
Il clan della yakuza che ha deciso di eliminare lui e la sua famiglia, però, nel corso della trama dovrà fare i conti con la difficoltà di uccidere davvero un demone spietato…
La premessa narrativa di Onigororoshi - Demon City è chiarissima, ed è la stessa di tantissimi altri film, a cominciare da. fortunatissimo John Wick. Peccato che, fra presunte leggende soprannaturali e la tipica recitazione forzata degli action giapponesi nelle scene appunto d’azione, il risultato sia trascurabile.
La parte davvero interessante è ben realizzata è quella finale, che coinvolge una giovane donna di cui non vi parlo per evitare spoiler, ma tutta l’atmosfera suggestiva del film accompagna lei. Giusto negli ultimi istanti di narrazione. Non basta un buon finale per salvare un intero film.
Damon City è un revenge movie banale, già visto, superficiale e con un’improbabile leggenda metropolitana soprannaturale che lo trasforma da John Wick a Eric Draven, il protagonista de Il corvo.
Oltre al finale, la cosa migliore sono i titoli di testa. Dovrebbe bastarvi a capire il genere.
L’ossessione del live action
Onigoroshi sulla carta resta nettamente superiore al film. Questa ossessione di voler per forza trasformare tutto in un film, dai fumetti ai cartoni animati, denota un’evidente tentativo di sfruttare economicamente una fonte potenzialmente redditizia. E già questo mi dà fastidio come concetto. Metteteci, poi, che quell’esagerazione tipica dei film giapponesi nelle espressioni e nelle urla stona con le atmosfere più funzionali del manga e avete il quadro completo.
La storia si muove tra i cliché più noti del genere revenge thriller, senza però aggiungere nulla di davvero originale. Sakata è un uomo che vive in bilico tra il mondo del crimine e quello familiare, un equilibrio che crolla definitivamente quando un gruppo di aggressori mascherati uccide la sua famiglia e lo lascia paralizzato. Dodici anni dopo, lo ritroviamo pronto a regolare i conti con chi lo ha rovinato. Come se il liquido giallastro iniettato nella sua sacca della flebo per ucciderlo definitivamente lo trasformi in una sorta di vendicatore super-umano. A conferma della leggenda del demone.
La trama segue uno sviluppo estremamente prevedibile, con una messa in scena priva di sorprese o svolte realmente memorabili.
Il punto centrale del film, ovvero la performance di Toma Ikuta, è certamente intensa, ma anche qui ci si scontra con una scelta narrativa rischiosa: Sakata parla pochissimo, quasi nulla, per tutto il film. Dirà 7 parole in totale. Questo potrebbe essere un espediente efficace in un’opera che lavora di sottigliezza e introspezione ma in Demon City finisce per accentuare il distacco emotivo fra spettatore e personaggio.
Gli aspetti tecnici
Le sequenze d’azione rappresentano forse il lato più curato del film: alcune scene, in particolare il combattimento in un’ambiente sostanzialmente identico a quello di Kill Bill (è vero che a sua volta il film di Tarantino prende dalla tradizione giapponese, ma se ne appropria definitivamente) in cui mancava giusto una tuta gialla, offrono momenti visivamente efficaci. Tuttavia, la spettacolarità si ferma alla superficie. I combattimenti sono ripetitivi e, col passare del tempo, risultano più noiosi che coinvolgenti. La brutalità è abbondante ma raramente significativa dal punto di vista narrativo: si ha spesso l’impressione che la violenza sia fine a sé stessa, piuttosto che funzionale al racconto.
I momenti di silenzio sembrano più il frutto di una mancanza di idee che un'effettiva scelta artistica. Il ritmo ne risente pesantemente: a tratti troppo lento, altre volte forzatamente accelerato, il film fatica a mantenere viva l’attenzione dello spettatore.
La fotografia è cupa, ma non in modo elegante o funzionale: appare piuttosto generica, priva di quella cura stilistica che caratterizza i migliori noir orientali. Le inquadrature della città di Shinjo, che dovrebbero trasmettere desolazione e corruzione, finiscono per risultare anonime, quasi impersonali. Lo stesso si può dire della colonna sonora, che accompagna la storia in modo prevedibile, a tratti fastidioso, senza mai sorprendere o colpire davvero. Insomma: forse sarebbe stato meglio se fosse rimasto un manga…