Opus non nasce sotto una buona stella: la recensione dell'horror A24

Opus guarda ai migliori film della produzione horror “settaria” degli ultimi anni, ma non ha una scrittura abbastanza brillante per misurarsi con gli stessi: la recensione.

Opus non nasce sotto una buona stella la recensione dellhorror A24

La prima caratteristica che colpisce di Opus è come confermi l’esistenza di un modello di horror, o forse di film in toto "alla maniera di A24". Sarà perché a questo punto la casa di produzione cinematografica statunitense amata dei cinefili ha presentato decine di pellicole indie e quindi ne abbiamo capito le preferenze e predilezioni, sarà perché in particolare il genere horror è tra i preferiti nel novero del suo listino. Rimane il fatto che siamo arrivati al punto che possiamo sederci in sala, vedere una pellicola e pensare: “eh sì, è proprio un film di A24”.

Opus non nasce sotto una buona stella: la recensione dell'horror A24

Nello specifico A24, compagnia statunitense caratterizzata da dimensioni produttive ridotte e da ambizioni di cinema d’autore ma con lo sguardo rivolto ai cinefili più giovani e social, sembra amare molto horror non basati su franchise e non legati ai sottogeneri più gettonati dalle grandi major. Pochi slasher, pochi jump scare, puntando invece su pellicole come X: A Sexy Horror Story, Midsommar, Men, The Lighthouse, che si dilettano con sfumature folk, fascinazioni storiche, periodi e contesti storici ben precisi. Il filone horror è un veicolo con costi contenuti e con uno zoccolo duro di fan che le ha permesso, negli anni, di lanciare molti talenti, facendone cresce via via la carriera e le ambizioni, fino talvolta dirottarli su generi differenti.

A fare la differenza è soprattutto il vivaio di nomi che A24 ha saputo intercettare e far crescere: a rendere quei titoli molti apprezzati, a trasformare certi esordi in piccoli cult, c’è soprattutto il fatto che sono plasmati da personalità forti. Il genere di regista e autore che si dimostra originale e immediatamente riconoscibile nel suo stile sin dagli esordi: Ari Aster, Robert Eggers, Ti West.

Opus non funziona perché non dà priorità alle sue idee migliori

Mark Anthony Green, che con Opus è al suo esordio registico, dovrebbe essere la nuova promessa della scuderia, ma qualcosa qui si è inceppato, perché il suo horror non funziona mai davvero. Scritto e diretto dal regista afroamericano, Opus è una storia incentrata sull' improvviso, atteso ritorno di una pop star di fama mondiale dopo decenni lontano dalle scene, nella sua immensa proprietà sperduta nel nulla statunitense.

Opus non nasce sotto una buona stella: la recensione dell'horror A24

Per presentare la sua nuova opera al mondo, Moretti (John Malkovich) seleziona 6 personalità giornalistiche (o contigue) per ascoltare in anteprima l'album in arrivo, aprendogli le porte della sua magione finora precluse a chiunque non facesse parte di quella che sembra una vera e propria setta religiosa con il cantante al centro. Cinque di quei sei nomi sono persone di rilievo, talvolta con dei pregressi con Moretti: ex giornalisti riciclatisi come podcaster e conduttrici TV piacenti e incendiarie, editorialisti di punta della carta stampata, paparazzi, un influencer molto seguita. La pecora nera del gruppo è la protagonista Ariel (Ayo Edebiri), giovane reporter sconosciuta che vorrebbe diventare famosa e influente ma per ora non riesce a far sentire la propria voce nemmeno nella sua redazione.

Segue viaggio del sestetto nella proprietà, dove ovviamente accadono cose bizzarre, surreali e via via sempre più violente. Ariel e gli altri devono decidere se aggrapparsi alla possibilità di una storia che cambi il corso delle loro carriere, magari rischiando la vita, o fuggire finché si è in tempo.

Le premesse di Opus sono intriganti, ma il problema è che a differenza delle pellicole già citate, sembrano molto fino a sé stesse. Vedendo un Midsommar o un The Lighthouse è evidente come il contesto sui generis del film sia utilizzato per trattare un tema molto specifico. La setta del film di Ari Aster ha una coerenza interna sua, è ben sviluppata nelle sue regole e nel suo funzionamento, perché il regista focalizza molta attenzione sulla stessa, utilizzandola come cornice narrativa d’impatto per parlare dell’elaborazione del lutto.

A uno sguard neanche troppo attento invece la setta di Opus (che sembra guardare a vari film, da Midsommar appunto a The Menu) crolla come un castello di carte. Tanti spunti e fascinazioni non vengono esplorati né suscitano curiosità nei personaggi che fanno da tramite allo spettatore, finendo per sembrare delle pose, delle boutade stilistiche. La rilevanza del colore blu, gli strani rituali a tavola, il vasellame: tutto un di più mai esplorato o contestualizzato, sotto cui c’è una vera povertà d’idee davvero forti, o almeno di quelle in grado di creare un'atmosfera distintiva o di tenere in piedi una narrazione memorabile. Quando nel finale ci viene svelato il vero obiettivo della setta e di Moretti, tutta l’allure del film svapora, perché Mark Anthony Green sembra più in cerca della rivelazione d’effetto che della chiusa di un discorso teorico ben sviluppato.

Opus non nasce sotto una buona stella: la recensione dell'horror A24

Anche il personaggio di Moretti, potenzialmente sfizioso nel suo essere tanto ridicolo quanto vanesio e pomposo, non prende mai davvero vita, limitandosi a indossare bislacchi outfit e a compiere azioni bizzarre piuttosto che venire costruito concretamente dalla scrittura e dall’iterazione con gli altri personaggi. Per non parlare delle canzoni che interpreta: brutte, bruttissime. Volutamente certo, ma non in quel modo “che fa il giro” e diventa iconico, scult. I brani originali contenuti nel film sembrano composti con svogliatezza, rafforzando il sospetto che nemmeno la musica sia il punto della pellicola.

Opus avrebbe poi un’ultima carta da giocarsi: quella del suo racconto caustico sul giornalismo di spettacolo e sul suo rapporto ambiguo con la celebrità: quella dei personaggi che racconta, quella delle firme che scrivono gli articoli. È lo spunto migliore che ha per le mani, ma anche questo viene sacrificato alla vana ricerca di un’uscita, una scena, un finale graffiante abbastanza da entrare nel circolo dei film di A24 che hanno davvero lasciato il segno.

Opus

Rating: TBA

Nazione: Stati Uniti

5

Voto

Redazione

TISCALItestatapng

Opus

L’esordio di Mark Anthony Green con A24 non riesce a bissare quell’effetto wow a cui la casa di produzione orgogliosamente indie statunitense ci ha abituati. Ricorda piuttosto l'approccio della concorrente Blumhouse, da cui i film orrorifici sono prodotti “prendendo spunto” dai maggiori successi della stessa scuderia, alternando qualche acuto a tantissimi film mediocri.

Nonostante abbia a disposizione un cast di protagonisti e caratteristi molto apprezzabile, lo sceneggiatore e regista Mark Anthony Green fallisce nel tentativo di convincerci alla sua prima prova di essere all’altezza dei purosangue della scuderia A24. Non gli difettano le idee interessanti, quanto piuttosto la capacità di dare priorità alle migliori e svilupparle al meglio, al posto che cedere alle facili sirene dei colpi di mano per impressionare gli spettatori.

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