The Breaking Ice è come quelle parole intraducibili che raccontano un sentimento sfuggente

In una Cina remota, innevata e abitata quasi solo da stranieri, Anthony Chen intesse un dramma che racconta sentimenti difficili da sintetizzare a parole e per immagini.

di Elisa Giudici

The Breaking Ice è simile a quelle espressioni straniere per cui servono interi giri di parole per spiegarne per sommi capi il significato, che rimane comunque sfuggente nella lingua di arrivo, perché semplicemente un solo termine non basta a racchiudere quella specifica sfumatura emozionale. Il che rende ancora più affascinante e meritorio un film che, in ultima analisi, è proprio il tentativo di sintetizzare uno specifico sentimento umano: quello di chi si trova in un posto molto, molto differente da dove vive, in un luogo nemmeno necessariamente gradevole, e comincia a fantasticare sulla possibilità di lasciare alle spalle il passato e ricominciare proprio da lì. Un sentimento sfumato e contraddittorio, perché parte della fascinazione sta proprio nello stacco tra ciò che è familiare e ciò che è altro e nel sentirsi estranei ma irrimediabilmente attratti da un luogo che gli autoctoni percepiscono come una consuetudine.

Il bello di The Breaking Ice è che nessuno, tra i tre protagonisti, è davvero a casa a Yanji, una remota e innevata cittadina cinese sul confine con la Corea del nord, dove la comunità locale parla prevalentemente una versione ibrida del coreano e vive in un’economia fiaccata dalla pandemia.

Insieme in un luogo che non è casa

Il protagonista del film Haofeng (Liu Haoran) ci finisce per caso, per via di un matrimonio, dove tra gli invitati è già un pesce fuor d’acqua, lontano dalla grande metropoli di Shanghai. Il film ci suggerisce un profondo stato di disagio e solitudine man mano che traccia la sua vita prima di salire sul bus turistico con cui Nana (Zhou Dongyu) porta in giro i turisti cinesi affascinati dalla comunità coreana locale. Per lui che viene da Shanghai, vive una vita agiata ma solitaria e sta affrontando una spirale depressiva con palesi tendenze suicide Nana è una sconosciuta magnetica. Lo affascina come sia capace di mettere su la maschera della perfetta guida turistica, entusiasta, partecipe e gentile, e calarla in un attimo, rivelando un individuo stanco, cinico, ma anche seducente.

Così quando lei gli presenta Xiao (Qu Chuxiao), che è stato spedito a Yanji dalla famiglia per dare una mano al ristorante dei parenti, i tre cominciano a vagare per i dintorni, tra nottate in insospettabili club notturni nascosti nelle pieghe della città e gite diurne immersi in un paesaggio innevato e suggestivo. Haofeng si trattiene più del previsto, bloccato come il suo orologio da polso, solleticato da questa fantasia di una vita completamente differente dalla sua. La sua presenza mette in moto anche le vite degli altri due, che sembravano congelate in una stasi dettata dalla routine costruita in un luogo che non è casa nemmeno per loro, ma li tiene ben lontani da decisioni importanti che devono prendere sul loro futuro.

Con The Breaking Ice prosegue il filone dei film dedicati a rapporti poliamorosi

Ideato durante la solitudine forzosa della pandemia e prodotto e girato a tempo di record, il nuovo film dell’autore singaporiano Chen riesce appunto a raccontare questo momento unico che scorre fuori dal tempo normale e dalla routine dei tre protagonisti, la cui improvvisa vicinanza permette a ciascuno di mettere a fuoco le svolte necessarie nella propria vita, mentre si fantastica su una possibile vicinanza duratura con l’altro o con gli altri. The Breaking Ice infatti è anche uno dei molteplici film dell’ultimi biennio che esplora le dinamiche poliamorose di una tripletta di personaggi che ondeggia tra amicizia, amore non corrisposto, seduzione e tenerezza a tre. Chen è particolarmente bravo a cogliere questi cambi d’umore infinitesimali, questo magnetismo a poli alterni che attrae e respinge, non sempre nel verso atteso.

In The Breaking Ice colpisce anche come si affronti con molta efficacia e realismo il sentimento di smarrimento tipico della generazione che racconta. Trentenni confusi, dalle vite costruite su routine che dovrebbero essere provvisorie ma nessuno ha troppa fretta o abbastanza risolutezza nel risistemarle nella direzione più compiuta e completa.

In questo senso il film procede in varie direzioni. La più ovvia è quella del protagonista, che attivamente fugge dall'affrontare la sua malattia mentale e il percorso clinico relativo, rimanendo più del previsto a Yanji e avvicinandosi sentimentalmente a Nana, pur percependo sempre una distanza, una barriera. Distanza splendidamente sintetizzata dalla scena di lui che la accarezza e la bacia attraverso la tenda di plastica della doccia. La sua presenza però si dimostra stimolante e risolutiva anche per il rapporto tra Xiao, da sempre innamorato di lei, e Nana, che lo tiene a distanza senza però mai respingerlo del tutto. È come se Haofeng fosse l'emissario di altri luoghi, altre vite che Nana e Xiao cominciano a contemplare e prendere in considerazione grazie alla sua presenza fisica nelle loro esistenze.

Ottima è anche la performance dei tre protagonisti, tanto da riuscire a far funzionare un bell’omaggio alla sequenza più famosa di Jules e Jim, con la celeberrima corsa al Louvre che si trasforma in un furtarello in libreria. La forza del film, che sta tutta nell’apparente spontaneità con cui cattura sentimenti e sensazioni difficilmente sintetizzabili, è legata anche alla sua fattura molto istintuale, molto da “buona la prima”. Tuttavia, specie nelle fasi finale, diventa un po’ il limite tecnico del film. D’accordo rifiutare con convinzione un certo tipo di patinature da cinema d’autore sul sentimento, ma alle volte le immagini - specie nelle sequenze oniriche - sono così precarie, così abbozzate da diminuire parte dell’allure e dell’impatto che vorrebbero suscitare.